A scuola di felicità

Intervista a Roberta Bortolucci, esperta in psicologia del cambiamento e dello sviluppo professionale e personale e autrice di “Imparare la felicità – Abbiamo molte risorse per riuscire a rispondere alle difficoltà della vita e del lavoro”, che ha condotto a Trento un workshop organizzato dall’associazione Donne in cooperazione.

di Sara Perugini

Tutti noi sogniamo di essere felici. Parliamo di felicità come di una chimera irraggiungibile, se non per rari brevi momenti. E ci affanniamo tutta la vita cercando di raggiungere uno stato di benessere, un’emozione che noi per primi fatichiamo a definire. Per iniziare, quindi, mettiamo a fuoco il tema del suo lavoro, la felicità: che cos’è?

Non si può definire in modo preciso perché è un qualcosa che varia da persona a persona. Possiamo dire che è una lente attraverso cui vediamo la realtà e che da essa dipende il modo in cui ci rapportiamo con gli altri, i nostri desideri, come affrontiamo e superiamo gli ostacoli.

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 Roberta Bortolucci

È così difficile essere felici che abbiamo bisogno di qualcuno che ci spieghi come fare?

Il nostro cervello è stato creato più per la negatività che per la positività. Siamo riusciti ad arrivare al 2017 proprio grazie alla negatività che ci permette di prevedere e quindi evitare i pericoli. È per questo che dimentichiamo facilmente i momenti felici, mentre memorizziamo le situazioni negative al massimo livello. Ecco perché dobbiamo fare dei corsi per allenare il cervello alla positività.

A proposito di allenamento, nel suo libro ci sono diversi esercizi per farsi che la felicità diventi un’abitudine. Quanto è faticoso imparare ad essere felici?

E faticoso come qualsiasi esercizio. Quando vogliamo dimagrire o vogliamo imparare un nuovo programma informatico facciamo delle fatiche, ma non siamo abituati a farle per essere felici. Soprattutto all’inizio ci vuole impegno, costanza e una grande volontà. È un lavoro che parte da noi stessi, ma d’altra parte non possiamo aspettarci che la felicità venga da fuori.

Lei ha spiegato che per essere felici è fondamentale partire dalla propria mission, dal proprio sogno nel cassetto: come può fare chi non sa quale sia il suo?

Dobbiamo ricordarci che siamo unici. Nessuno di noi tornerà mai su questa terra come modo di essere e quindi ognuno di noi ha una missione da compiere. Una missione che non deve essere necessariamente qualcosa di grandioso. Non dobbiamo essere tutti grandi scienziati o chirurghi. Di solito coincide con quello che ci viene meglio, senza fatica e con grande divertimento. La domanda quindi è: cos’è che sappiamo fare bene e che ci piace al punto che saremo disposti a pagare pur di farla?

Nel suo libro c’è anche un capitolo dedicato alla felicità al lavoro: è importante per le aziende avere collaboratori e collaboratrici felici?

La felicità è una specie di virus positivo che si allarga e le persone felici, è stato dimostrato, al lavoro sono più creative e innovative. Inoltre, Ia felicità ci aiuta a memorizzare nuovi dati e a metterli in relazione fra loro, una qualità molto utile quando lavoriamo. Infine, sul lavoro spesso ci sono difficoltà relazionali e la felicità aiuta a collaborare. Quindi si, direi che la felicità fa bene anche alle aziende.

In attesa di leggere il suo libro, può darci qualche consiglio pratico per iniziare ad abituarci ad essere felici? 

Innanzitutto dobbiamo abituare il cervello a essere felice. La prima regola è scrivere ogni sera su un quadernetto, che possiamo tenere sul comodino, tre cose belle accadute durante la giornata. Non serve scrivere grandi cose, bastano poche parole. Anche nelle giornate più difficili possiamo trovare tre cose belle, anche piccoli gesti come un sorriso ricevuto. La seconda cosa è renderci conto di quanta negatività esprimiamo. Pensiamo ad esempio quando stiamo andando in macchina a un appuntamento, siamo ancora lontani e iniziamo già a pensare che tanto non troveremo parcheggio. Non è un pensiero grave, ma è una piccola negatività che, sommata a tutte le altre che viviamo nel corso della giornata, rafforza l’atteggiamento negativo del nostro cervello.

Come uscire da questo automatismo ed entrare nella consapevolezza?

Ogni volta che facciamo un pensiero negativo mettiamo da parte un euro. Alla fine della settimana avremo abbastanza da offrire la cena a un amico e renderci conto di quanta negatività esprimiamo. Infine, dobbiamo volerci bene. Non si può essere felici altrimenti, quindi è importante avere una buona autostima, smettere di avere sensi di colpa, che ci bloccano, e acquisire maggior senso di responsabilità verso la nostra vita, in modo da prendere in mano la situazione e avere un atteggiamento attivo.

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